di Claudio Fava
regia Ninni Bruschetta
con Claudio Gioè, Donatella Finocchiaro
musiche composte ed eseguite dal vivo dai Dounia: Giovanni Arena (contrabasso), Vincenzo Gangi (chitarra), Riccardo Gerbino (percussioni), Faisal Taher (voce)
scene Mariella Bellantone
costumi Metella Raboni
luci Alessandro Arena
suono Gaetano Leonardi
direzione tecnica Paolo Attardo
datore luci ed elettricista Antonio Rinaldi
aiuto regia Laura Giacobbe
Produzione Nutrimenti Terrestri (2006)


Presentazione

Ogni processo è un palcoscenico irripetibile. Un luogo che incrocia destini, parole, follie. Che ricostruisce la storia dei fatti e quella dei pensieri che li precedettero. Che mescola menzogne a verità. In questo senso, il processo in morte di Giuseppe Fava è già teatro: per la storia civile che rivela, per l’umanità malata di certi suoi personaggi, i testimoni imbelli, i mafiosi arroganti, gli investigatori ignavi. Ma anche per coloro che non si piegarono, che conservarono intatta la memoria delle cose accadute e del loro perché.
Ecco: la rimozione e la ribellione. Era questo che andava raccontato, ben oltre la minuzia dei verbali delle udienze. Ed è ciò che ha fatto Claudio Fava. In un testo che si fa archetipo del teatro-verità, pur conservando estrema fedeltà a ciò che in quel dibattimento fu detto, l’autore ha voluto ricostruire non solo il processo ma il suo tempo, le voci e i silenzi che lo percorsero, le ragioni di un delitto e quelle, perfino più gravi, dell’oblio.
Oggi, di quel processo resta in apparenza solo una sentenza di condanna. Eppure, dietro i riti della giustizia, c’è sempre altro. Come l’Istruttoria di Peter Weiss non è solo il canto d’orrore e di dolore per l’inferno dei lager nazisti, anche questa istruttoria racconta la morte di un giornalista per narrare tutta la ferocia della mafia, l’oltraggio irrisolto della sua violenza, la viltà dei complici.
E sopratutto la rabbia dei sopravvissuti.

Note di regia

Dopo aver letto questo testo mi sono chiesto a cosa serva un processo per omicidio. 
Là dove il peggio è fatto si continua a celebrare il male, aggiungendo al dolore l’oscenità: il racconto dell’omicida, la difesa immorale dei colpevoli, e fazioni di innocentisti e colpevolisti, che fanno riecheggiare, come in un ffetto domino, la tragedia già consumata, ma non ancora finita.
Questo processo è stato, come raramente accade, un processo che si è concluso con la condanna dei veri colpevoli, degli esecutori e dei mandanti. 
Ma a leggerne e a sentirne gli atti ne viene fuori una società al limite del grottesco. Latitanti che girano scortati dalle forze dell’ordine, giornalisti che negano l’esistenza della mafia a Catania (in quegl’anni!),  boss che uccidono personaggi scomodi per far “piacere” a qualcuno o per dare “un segnale” di amicizia ad un’altra cosca. Cose che se non fossero tragiche sembrerebbero frutto di un’ilare fantasia.
Un tempo la celebrazione del processo era un momento di ritualità civile, così come è diventato adesso il teatro. Io credo che il teatro abbia questa funzione e questo privilegio, quello di parlare alla gente attraverso una ritualità, non più sacra, ma quantomeno civile. I testi di Claudio Fava, come le sue sceneggiature e i suoi romanzi, sono un terreno fertile ed adeguato per coltivare questa aspirazione del teatro, che è anche quella di salvaguardare la memoria e arricchire la nostra cultura con la celebrazione dei nostri eroi. 
Quella della mafia, in Sicilia e nel mondo, è stata ed è una vera e propria epopea, facile preda, alle volte, di mitizzazioni e di fantasie che finiscono per mostrarne gli aspetti più affascinanti, seppur malefici. Ma noi sappiamo che essa è invece una piaga purulenta, un male incomprensibile e inaccettabile,  ma sempre più difficile da estirpare.


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