testo e regia Simone Corso
dramaturg Jovana Malinarić
c’è Carmelo Crisafulli
da qualche altra parte Giuditta Pascucci
produzione Nutrimenti Terrestri


Introduzione

The Mask of the Red Death comparve per la prima volta nel 1842 sul Graham’s Magazine, periodico di Philadelphia di cui Poe era anche editore.
Il racconto, semplificando, narra di una pandemia (quella da Morte Rossa per l’appunto) e di come il principe protagonista della vicenda, Prospero, passi i suoi cinque mesi di quarantena dentro la sua dimora, attorniato da amici e cortigiani, organizzando feste in maschera e banchetti, incurante della popolazione che giorno dopo giorno perisce fuori dalle mura dietro cui lui e la sua corte sono rinchiusi. Durante una di queste buffonate, la Morte Rossa “fatta carne” si presenta con indosso un sudario macchiato di sangue e una maschera raffigurante il volto di un cadavere, per uccidere tutti gli astanti (compreso il principe) che, ignavi, credevano di poter sfuggire al contagio.
Da questa storia prende le mosse Liberamente ispirato a La maschera della Morte Rossa di E.A. Poe. Traendo la figura di Prospero fuori dalle fattezze simbolico-allegoriche cui lo destina il racconto originale, il personaggio e la sua vicenda vengono prese in esame quale exemplum da indagare attraverso l’obiettivo dell’oggi, nell’ancora perpetrarsi della crisi pandemica.
Prospero, investito della responsabilità di essere re di un popolo che muore fuori dalle mura della sua roccaforte a causa della pestilenza che imperversa per il Paese, è schiacciato tra il ricordo del passato e il sogno del futuro da costruire dopo la quarantena. La sua tragedia si consuma proprio tra questi due poli, rappresentati dialetticamente dai personaggi di Laumone (l’uomo, lo speziale, la ragion di Stato, la conservazione del prima) e Diana (la donna, l’amore, le ragioni del popolo, la creazione).
Liberamente ispirato tenta quindi di tradurre il dramma del principe nel dramma di questo tempo: sognare un domani diverso dopo i giorni tetri della pandemia è necessità e compito di tutti, ma ciò richiede responsabilità nell’azione e la prima di queste, forse, sta proprio nel riuscire a “vedere il mondo per com’è e amarlo”.

Un sogno dentro un sogno

Lo spettacolo non traduce in esito scenico la drammaturgia originale, ma ne ricava le occasioni di racconto più prossime al nostro recente vissuto, inserendole dentro una dialettica performativa che nel dialogo tra spettatori e scena, tra chi guarda e la cosa guardata, tra reale e allegoria, tenta un’indagine della pandemia e delle ricadute simboliche che ha avuto, ha e avrà sulla cultura e sulla società.
La mascherata, climax del racconto, qui diviene matrice drammaturgica. Lo spettacolo si apre come un party dove la musica la fa da padrone; il pubblico è accolto in sala quale corte del principe, chiamato a partecipare a una festa che celebra la vita e il ritrovarsi di nuovo insieme, comunitariamente, a dispetto delle avversità.
Questo momento aperto all’interazione tra attori e pubblico è anche l’orizzonte su cui si dischiude l’intero spettacolo: la scena abitata dal personaggio-Prospero è schiacciata tra gli schermi, diventando spazio dell’auto-rappresentazione e dell’auto-affermazione del sé; un non- luogo svuotato dalla relazione reale con l’Altro. In questo spazio di relazioni sterilizzate, mediate, simulate, il suo incedere non può che essere un avvilupparsi in se stesso. Fuori da lì c’è il mondo, c’è il confronto con la sua complessità, e il personaggio di Diana, collocandosi al di fuori di quello spazio scenico, mischiandosi al pubblico in sala, chiama fuori il principe dalla sua bolla, lo invita a un altro tipo di contagio. Così, quando Prospero tenta la sua presenza fuori dalla scena, gli schermi si riempiono dei testi altri che hanno accompagnato la realizzazione dello spettacolo, divenendo così ponte fra opera d’arte e pubblico con il fine di “posizionare” lo spettatore quale referente di una narrazione più ampia che tenta di mettere in relazione la micro- drammaturgia della scena con la macro-drammaturgia dell’oggi. Lo spettatore è chiamato a leggere (ed è la sua voce quella che sente insieme a quella degli attori) ciò che compare scritto sullo schermo in un raddoppio della sua presenza in scena.

“Caro Carmelo,
ci avviciniamo al dunque. Questa mia arriva a conclusione dei nostri incontri via zoom e prima dell’inizio delle prove a cercare di gettare nuovi stimoli su quello ancora da fare.
[…]
In teatro, prima di tutto, succedono delle storie. Germinano dagli uomini del presente, per altri uomini del presente. In questa relazione si articola il suo specifico. Il suo raccontare, le forme del suo raccontare, dipendono da questa relazione. Questo ha il teatro che né schermo, né pagina scritta hanno: l’energia di corpi che accadono. La sua irripetibilità, la sua irriproducibilità.
Il tuo accadere in scena sarà il presente di Prospero. Il suo accadere accadrà nelle vite di chi verrà a teatro quel giorno, a quell’ora, in quest’epoca di pandemia. Qui comincia la nostra responsabilità. Facendo accadere la storia, non raccontandola, non rappresentandola”.

Mail del 24 luglio 2021 a Carmelo Crisafulli

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