di Ninni Bruschetta e Francesco Calogero
con la collaborazione di Carmelo Marabello
regia Ninni Bruschetta
con Francesca Tardella, Maurizio Puglisi, Antonio Caldarella, Massimo Piparo, Laura De Domenico
musiche originali Giovanni Renzo
scene Mariella Bellantone
luci Renzo Di Chio
costumi Laura Notaristefano
suono Gigi Spedale
aiuto regia Laura De Domenico
collaborazione al progetto Fabrice De Nola, Claudio Saccà, Assunta Massaro, Mariangela Pizzo
produzione (1988)


Note

Bersagli mancati o bersagli centrati. Certo la vita non si legge solo in queste due ipotesi, ma più probabilmente in tutto lo spazio che separa l’arco dal bersaglio, giusto quello spazio che, ricordando Zenone, nulla è se non l’infinito. Il battello degli amanti è rinchiuso in quest’ infinito e in tutte le sue frazioni. In realtà in nessuna messa in scena è possibile trovare uno spazio per un amore impossibile, se si prescinde dal fatto che qualunque storia d’amore è impossibile finché rimane una storia d’amore. 

È un gioco perverso quello di interpretare una coppia senza sesso, o meglio, una coppia che non ha spazio per la sessualità, ma che catapulta ogni attimo in un abisso di sensualità. È “il sesso delle intenzioni”, quello stesso sentire che invade ogni angolo della morale comune, così dolcemente votata a non tradire se stessa. Ma in verità in tutto questo esiste e si erge il più grande dei tradimenti che è il tradimento della vita, contenuto in tutto ciò che ad essa è negato, il tradimento del desiderio in nome di una coerenza e di una continuità che ha il solo pregio di nascondere una speranza. 

Così esiste una sola possibile interpretazione; è una storia di presenze e di assenze. La messa in scena si nutre di questa magica possibilità che solo il palcoscenico sa donarle, l’essere e il non essere prima ancora di estrinsecarsi nella profondità del dubbio shakespeariano, sono soltanto una lotta con lo spazio e con il tempo. Ci sono cose che non siamo in grado di dire e altre che non è mai il momento giusto per confessare ed altre ancora che portano con loro un insospettabile senso dell’impossibile, sono i figli illegittimi di un’anima che non è in grado di partorirli. È questo l’insanabile debito che abbiamo con il teatro, dove tutto è possibile, dove di ogni inizio si conosce la fine e dove il sogno diventa azione e tutte le cose intoccabili si possono toccare senza alcun timore. 

Ninni Bruschetta


Fare un film o scrivere una lettera non è molto diverso. Mi capita a volte di fare un film pensando esclusivamente ad una persona che magari non andrà a vederlo, e mi dico che sto spendendo cinque milioni di franchi, mentre scrivere una lettera sarebbe costato un franco e trenta” (François Truffaut). 

Scrivere per il cinema, scrivere per il teatro, scrivere comunque, fosse solo una riflessione, di quelle assai private, a bassa voce. Come una stele commemorativa, o forse una trincea da innalzare tra te stesso e chi ti circonda, in quel preciso momento. Ma se dire è già così difficile, scrivere lo è di più, si presenta come una viltà, un colpo basso. Se i personaggi del Battello degli amanti riescono a comunicare veramente solo a mezzo lettera – una lettera a volte ambigua come una danza – che ne è del fiume di parole che si riservano addosso? Forse oggi non è più possibile: bisognerebbe lasciare le parole alla televisione, ai telegiornali, e scriversi soltanto. Comunicare a distanza, anche temporale. Attendere le risposte, inquietarsi per i ritardi. Doversi dire tutto e subito, apertamente, suona terribilmente minaccioso. Non si potrebbe solo scrivere una poesia, o uno spettacolo teatrale? 

Francesco Calogero 


Galleria

Rassegna Stampa