di Vitaliano Brancati
regia Ninni Bruschetta
con Antonio Alveario, Stefania Castiglion, Federigo Ceci, Ilaria Falini, Simona Senzacqua
scene Mariella Bellantone
costumi Metella Raboni
luci Renzo Di Chio
musiche originali Vincenzo Gangi
aiuto regia Laura Giacobbe
produzione (2005)


Note di regia

La prima volta che ho letto il Don Giovanni Involontario di Vitaliano Brancati è stato nel 1998, perché ho avuto il privilegio di interpretarlo, nel ruolo del titolo, con la regia di Toni Servillo, nella serie de I Teatri alla Radio.
L’adesione al personaggio, la memoria di quelle atmosfere, mi hanno certamente distratto dalla natura profonda di questo testo, che guardo con maggiore distacco adesso, interpretandolo da regista.
Mi ritorna in mente una frase di Fernando Pessoa: “L’amore non vale la pena… i suoi dintorni forse” è una frase di Fernando Pessoa. Questo testo è “leggero” ed inquieto com’era lo stesso Pessoa, moderno e “diverso”.
Sembra strano a dirsi, ma questa storia rappresenta il sacro rispetto della figura della donna che la letteratura siciliana nasconde dietro la convenzione e l’interpretazione superficiale che fa dei nostri uomini i più volgari eroi del maschilismo.
Don Giovanni involontario, appunto, rappresenta, in un trionfo di inadeguatezza, la vera cultura della nostra terra, più attenta alla celebrazione del pensiero, della letteratura, delle filosofia, piuttosto che a quel gallismo volgare che si vuole attribuire all’uomo isolano.
So che può sembrare di parte, detto da un siciliano, ma ciò che ho trovato nella terra delle mie origini, ciò che mi è stato insegnato, dai “maschi” di famiglia,  i comportamenti che ho visto, le donne che ho conosciuto, non avevano nulla a che spartire con quella grettezza iconografica fin troppo diffusa e spacciata per vera, di una donna sottomessa e di un uomo padrone. Al contrario lì è facile apprezzare l’influenza della cultura greca, libera nei costumi, ossequiosa della bellezza, osservare abitudini e civiltà segnate dal passaggio degli stranieri, case accoglienti, terre bagnate dall’acqua, piene di mistero e di sensualità.
La gelosia, gli abiti neri, le persiane dietro cui si nascondono moralismi familiari sono, almeno per la nostra generazione, cose sconosciute. E da questo testo di Brancati arriva una cultura non certo fatta di privazioni, inibizioni e di vergini all’altare. L’intraprendenza delle donne, il dominio sessuale della figura femminile, la fa da padrone, come in una ideale prosecuzione di quella civiltà matriarcale, che il sud custodisce nelle sue ultime forme.
Per raccontare tutto ciò Brancati compie una vera e propria acrobazia drammaturgica. Dopo aver aperto il racconto in modo naturalistico, borghese e narrativamente lineare, tradizionale, oserei dire, si sbilancia in una proiezione onirica, che finisce per attraversare il sogno fino alla sua fase ulteriore, che è la morte stessa o la vita dopo la morte, la proiezione, anch’essa di origine ellenica, del nostro quotidiano nell’al di là.  Questo gli consente di fare un discorso amoroso e insieme un “giro completo” intorno alla natura dell’uomo e della donna, restituendoceli in tutta la loro miseria ed in tutta la loro grandezza.
Ninni Bruschetta