VRAB pictures
con Giovanni La Fauci e Lucilla Mininno
e Francesco Zecca nel ruolo sospeso di Tizio E.
regia Lucilla Mininno
scenografia Giovanni La Fauci e Simone Di Blasi
costumi Giovanni La Fauci e Lucilla Mininno
musiche Giovanni La Fauci, Simone Blasi, Claudio La Rosa, Giovanni Brancati
records, mix & master Dalek Studio
audio Giovanni Brancati, Claudio La Rosa
luci Stefano Barbagallo
coreografie Gaia Gemelli
trucco Ivana Mirenda
realizzazione costumi Sartoria Santi Macchia


Note di regia

Ai tempi di una pandemia che ha spinto le persone a rinchiudersi in casa per paura di contrarre il virus, La Donna, dopo una lunga pausa televisiva, abbandonata da tutti i suoi collaboratori, si ritrova da sola nello studio televisivo in cui da anni viene registrata la nota trasmissione Cosa è successo ad un certo punto?. Per la puntata di oggi, dedicata a Samuel Beckett, all’arte e agli anni ’80, La Donna deve quindi occuparsi del pubblico, delle procedure anti contagio, delle liberatorie da firmare, della conduzione, di tutto. Deve anche esibirsi nella coreografia per il lancio dello sponsor, un brand che pubblicizza un materassino fucsia: Non porre ostacoli, non cercare rimedi. Acquista questo materassino, lasciati trasportare dalla corrente, lasciati guidare dal destino. La vita è un materassino. Ciò che esaspera la situazione, già complicata di suo, è la presenza di un misterioso Vicino, qualcuno che ha occupato uno studio adiacente, un uomo affetto dalla sindrome di Tourette, che, nascosto dietro le pareti, divertito dalla ripresa del programma, cerca in tutti i modi di partecipare, a suo modo, alla diretta, interrompendola continuamente. Nonché il disagio dell’inviato Tizio E. che, dopo il lungo silenzio dettato dalla pandemia, non è più abituato ad andare in onda ed è ormai completamente ed esclusivamente concentrato sull’ossessione del suo stesso nome e sulla sua insonnia.
È in questa situazione complessa ed affannata, spezzata come la sindrome del vicino, che l’ospite, Samuel Beckett, o meglio il simulacro di Beckett, è accolto per un’intervista con cui cercare di capire, in particolare, cosa è successo al mondo dell’arte dagli anni ’80 ad oggi.
Tra un’interruzione e l’altra, Beckett, volontariamente e scientemente, non risponde alle domande. Mai. Con la sua voce, affonda piuttosto la lama nella frammentarietà di questo nostro tempo tourettiano, un tempo degli spasmi, un tempo smembrato, diviso, dilaniato, in cui ogni senso e ogni certezza sembrano svaniti, un tempo in cui i luoghi hanno perso i confini e le persone si aggirano smarrite, insonni, e spesso sole, cercando la forza nei riti dell’arte ma non sempre trovandola, un tempo che predilige il chiasso e l’opinione continua al silenzio, che corre e cerca di riempire in tutti i modi il vuoto invece di aspettare, un tempo che per tutto questo ha perso anche il suo essere civile, un tempo che ora più che mai dovrebbe tornare, almeno per quel che riguarda noi dello stivale, alla nostra Costituzione.
Beckett on Tourette è uno spettacolo fosforescente a led, tragicomico come il led se messo accanto alle luci del passato, fosforescente come gli anni ‘80. È uno spettacolo in cui l’impossibilità della narrazione è il centro stesso della narrazione. Uno spettacolo continuamente interrotto, in cui le citazioni di Beckett, più attuali che mai, arrivano come pugni in faccia in mezzo alla tragicomicità del presente. È, ancora, una contaminazione di messa in scena e contributi audio fuori campo, contributi che esasperano il senso di spaesamento e ci costringono ad ascoltare.
Le continue rotture della narrazione ci riportano così a quella necessità di tornare ad imparare ad aspettare, a fare delle pause, del silenzio, in linea con il pensiero dei due autori che considerano questa capacità un fondamento della vita e del processo di creazione artistica.


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