testo e regia Simone Corso
dramaturg Jovana Malinarić
con Simone Cammarata, Carmelo Crisafulli, Martina Tinnirello
in video Annibale Pavone light-design Roberto Zorn Bonaventura sound-design Pietro Tirella



Note

Il 23 Aprile del 2019, all’ospedale di Taranto arriva un’ambulanza. Al suo interno vi è un uomo in evidente stato confusionale. La diagnosi è facile e immediata: astenia, ovvero l’esaurimento di qualsiasi forza vitale, fisica e psichica.

Solitamente l’astenia, però, è il sintomo di qualcos’altro, di una malattia più o meno grave che consuma le energie del corpo. Ma quell’uomo non presenta nessuna patologia specifica. È semplicemente e terribilmente astenico, come se la sua mente e il suo corpo abbiano deciso di concerto, di smettere di funzionare. Quell’uomo si chiama Antonio Cosimo Stano, ha sessantacinque anni, è stato trovato chiuso in casa dietro la porta sbarrata dall’interno e morirà qualche giorno dopo sul letto di quell’ospedale, nonostante le cure.

Antonio abitava in un piccolo paese della provincia del Sud Italia e come spesso capita in questi luoghi, insieme al nome e al cognome che ne tracciavano l’identità anagrafica, portava un soprannome che più di quelli lo qualificava agli occhi dei suoi compaesani: Il Pazzo o, ancora meglio, Il Pazzo del Villaggio del Fanciullo, dal nome dell’oratorio che stava proprio di fronte casa sua. “Pazzo” era chiamato Antonio perché da solo aveva imparato a vivere come meglio poteva, restituendo agli occhi di tutti gli altri l’immagine di un uomo dissonato, mal calibrato; e questa stonatura era tutto quello che di Antonio bastava per spiegare le sue parole, i suoi silenzi, i suoi sguardi, i suoi sorrisi, come se nient’altro potesse abitare dentro quell’uomo.

E così, alle persecuzioni di un gruppo di giovani tra i 16 e i 22 anni che del Pazzo avevano fatto il centro dei loro passatempi, Antonio aveva cercato di resistere nel solo modo che uno come lui può inventarsi: rinchiudendosi lontano da loro, nel posto in cui si sentiva al sicuro  e  protetto, la casa che abitava da quand’era bambino e che  era rimasta, proprio come lui, sempre uguale a sé stessa, mentre il paese intorno cambiava, la gente imparava ad assomigliare a qualcuno di sconosciuto, il mondo degli altri diventava sempre più grande e il suo sempre più piccolo.

DIETRO UNA PORTA CHIUSA

La vicenda di Antonio Stano è una tra le pagine più brutte della storia recente del nostro Paese. Perseguitato da un gruppo di giovani con vessazioni fisiche e morali perpetrate giorno per giorno, infine esausto, Antonio si era chiuso in casa, sfamandosi di ciò che c’era, bevendo acqua del rubinetto. La sua storia diventa ancor più terribile perché molte di quelle vessazioni erano state filmate e condivise su Whatsapp con altri ragazzi e ragazze e, forse, gran parte di quelle incursioni avevano come scopo principale proprio quello di essere filmate.

Quando le porte delle case resteranno di nuovo aperte prende forma dalla vicenda di Manduria senza tracciarne la cronaca, ma piuttosto, cercando di richiamare drammaturgicamente sulla scena le dinamiche sociali che la connotano e che hanno influito su quei giovani tanto da spingerli ad agire senza l’ombra di un rimorso e senza riuscire a empatizzare con la loro vittima.

L’arrivo dei beni di consumo, l’economia di mercato, la pubblicità, la cultura audiovisiva di massa, la riproposizione continua dell’Uguale sugli schermi sempre più piccoli e simbiotici, hanno lentamente modificato l’anima degli users stordendola di benessere, marginalizzandola dentro  i  confini  del proprio ego e mettendo così l’individuo continuamente in competizione col mondo intero: “avere di più per essere migliori”.

Oggi che possiamo esercitare il potere dell’avere con un solo dispositivo tenuto in tasca, dove realtà e rappresentazione sono perfettamente mesciate insieme, chi non rimane sedotto da questo potere ne diviene, per contrappasso, vittima inconsapevole. E chi invece lo esercita, lo fa sotto effetto di quell’ubriacatura, vittima anch’egli perché incapace di immaginare un’alternativa dentro un panorama socio- culturale desolato: auto-rappresentarsi, guardare l’effetto delle proprie azioni dal di fuori, liberi (della libertà come puro arbitrio, volontà dell’io, proprietà dell’io, svincolata dal concetto di eguaglianza e fratellanza) di operare nel bene e nel male, restituisce il gusto inconscio d’avere un accesso illimitato a tutte le possibilità del reale al pari di un monarca. L’auto-rappresentazione diventa così la sola miccia che accende l’agire, l’unica spinta a tirarsi fuori dal torpore della noia  sconsolata  d’avere  tutto  ed  essere,  però,  solo uno uguale a tutti gli altri uno, indistinguibile.

Quando le porte delle case resteranno di nuovo aperte prova a interrogarsi intorno a questa crisi d’identità culturale e agli effetti più cronici che produce sulla società contemporanea, nel ricordo sempre vivo di Antonio Stano.