regia e drammaturgia Simone Corso
dramaturg Jovana Malinarić
con Annibale Pavone, Gabriele Anzaldi, Carmelo Crisafulli
disegno luci Roberto Zorn Bonaventura


Note

Il 23 Aprile del 2019 Antonio Stano arriva all’ospedale di Taranto. La diagnosi: astenia, esaurimento di ogni forza vitale, fisica e psichica. Lì morirà qualche giorno dopo. A Manduria, dove abitava, Antonio era detto il pazzo. Essere pazzo bastava ai sani per smettere, in qualche modo, di pensare ad Antonio, riducendone il suo ruolo, nei risvolti più tragici di questa vicenda, a quello d’oggetto del giogo d’una squadraccia di giovani tra i 16 e i 22 anni che lo perseguitavano con vessazioni fisiche e morali col fine, terribile, di poterle filmare e condividere su WhatsApp. Antonio, per sfuggire loro, si era chiuso dentro casa.

“Quando le porte delle case resteranno di nuovo aperte” prende forma da questa vicenda senza volerne tracciare la cronaca, ma cercando di richiamare sulla scena le dinamiche sociali che la connotano: l’arrivo dei beni di consumo e la cultura audiovisiva di massa hanno ubriacato grosse fette di popolazione di benessere, marginalizzando molti dentro il proprio ego, chiusi dietro delle porte sbarrate a fare da guardia ai propri averi o dietro degli schermi dentro cui sembrano moltiplicarsi le possibilità d’accesso al mondo: “avere di più per essere migliori”.

Oggi che possiamo esercitare il potere dell’avere dai nostri smartphone, dove realtà e rappresentazione si fondono, Antonio, che non rimane sedotto da questo potere ne è vittima inconsapevole. E chi invece lo esercita, lo fa sotto effetto di quell’ubriacatura, vittima anch’egli, incapace di immaginare un’alternativa dentro un panorama socio-culturale desolato: auto-rappresentarsi, guardare l’effetto delle proprie azioni dal di fuori, liberi (della libertà come puro arbitrio, proprietà dell’io) di operare nel bene e nel male, restituisce il gusto d’essere “protagonisti”, fuori dalla normalità. L’auto-rappresentazione diventa, così, la sola miccia che accende l’agire, la spinta a tirarsi fuori dal torpore d’avere tutto ed essere, però, solo uno uguale agli altri, indistinguibile.