di Nella Tirante
con Maurizio Marchetti e Nella Tirante
Regia di Moni Ovadia

Testo finalista del PREMIO “TEATRO, MUSICA E SHOAH” VI edizione
Vincitore del premio “Donne e teatro” XX edizione


Il riso e l’orrore

Il dramma di Nella Tirante “Komiker” si iscrive con singolarità nel vasto repertorio di scrittura drammaturgica nata per fare dell’agire teatrale un gesto di conoscenza e confronto con la Shoà, per dire dell’indicibile. “Komiker” sceglie di farlo attraverso le figure di due comici ebrei, una donna e un uomo, star del kabaret berlinese che si ritrovano nello spazio di un mattino proiettati nell’universo dell’orrore. Di colpo si trovano a interrogarsi su come affrontare l’indecifrabile quanto Inaudita violenza attraverso il linguaggio del far ridere che per essi è magistero di arte ma anche di vita. Il grande comico è spesso figura tragica in sé che prova a riscattare la brutalità del mondo scatenando intorno alla sua figura boati di risa salvifiche. Ma tutto ciò è ancora possibile nell’inferno costruito da uomini per i propri simili? La messa in scena di un simile azzardo deve tentare di rappresentare l’impossibile relazione fra l’infernale macchina dello sterminio programmato ed eseguito spietatamente, ipertrofica escrescenza della banalità del male e la fragilità ultimale dell’individuo disperatamente solo nel dramma collettivo incarnato nella struggente condizione del comico. A mio parere nessun approccio realistico è neppur lontanamente pensabile, quello visuale è stato abusato. Io penserei ad una messa in scena sonora perché l’orrore è annunciato e pervaso da un suono di morte, l’umano si annuncia e si propone con la voce che chiede vita.
Moni Ovadia


Note dell’autrice

Questo testo nasce da una forte esigenza personale: vivere in un clima di crisi di valori e recrudescenze di odio razziale fomentato dall’ignoranza dilagante (di chi non conosce o ha dimenticato a cosa può portare questo sentimento) mi ha spinto a concentrare la mia attenzione sul tema trattato: la follia nazista che portò ad un genocidio, lo sterminio non solo di ebrei, ma di milioni di uomini appartenenti a varie minoranze.La particolarità di Komiker è il punto di vista dal quale racconto la tragica vicenda: il percorso di due comici ebrei da Berlino ad Auschwitz, insieme alla” leggerezza” della scrittura con cui cerco di affrontare, per contrasto, un argomento così tragico. Da approfondite ricerche storiche sulla condizione degli attori durante il nazismo, è emerso che molti attori ebrei continuarono ad esibirsi da prigionieri nei campi di concentramento, per volontà dei nazisti stessi. La comicità in un contesto così doloroso, mi ha fatto scattare la necessità di scrivere un testo che parlasse e riflettesse sulla risata come condizione per sfuggire al dolore. Komiker non è solo uno spettacolo sulla Shoah, ma è uno spettacolo che parla di attori, di uomini.
Moni Ovadia un grande artista e uomo, che non ha certo bisogno di presentazione e che ringrazio per la grande stima e attenzione, si è subito interessato a questo lavoro, prima invitandomi per una lettura scenica di Komiker, insieme a lui, a Milano, nel Giugno scorso, a conclusione del festival della cultura ebraica “A different set of Jews” e adesso firmandone la regia dello spettacolo vero e proprio.
Nella Tirante


Sinossi

Kombe e Kate sono una coppia di attori comici ebrei durante le persecuzioni naziste. Sempre in procinto di provare il loro ultimo spettacolo: a Berlino, la notte in cui verrà chiuso il teatro in cui lavorano, il “Die katakombe”, e poi trasportati in treno con altre centinaia di persone, nei campi di Westerbork e di Terezin, ed infine sul treno verso l’ultima destinazione : Auschwitz. La risata e la comicità sono le loro armi per affrontare il dolore e la paura, il loro lavoro li aiuterà a sopravvivere fino all’arrivo nel campo di sterminio. I due comici sono personaggi inventati, come dichiara Kombe stesso a fine spettacolo, ma si muovono attraverso fatti storici realmente accaduti: molti attori ebrei furono arrestati e nei campi di prigionia si esibirono per i nazisti ed i detenuti insieme. Il paradosso si raggiunge al campo di concentramento di Theresienstadt, meglio conosciuto come ghetto di Terezin ( a 60 km da Praga) quando un famoso attore ebreo (Kurt Garron) di cui non viene mai citato il nome nel testo, prigioniero anch’esso, viene chiamato a girare un film di propaganda nazista ( Hitler dona una città agli ebrei) in cui si vuole mostrare ingannevolmente al mondo un insediamento ebreo come un luogo piacevole invece che un campo di prigionia. Kombe e Kate, travolti dagli eventi si ritroveranno tra gli attori del film. Kate/ personaggio/attrice proprio a questo punto, avrà uno sfogo in cui vorrebbe rifiutarsi di continuare lo spettacolo, dichiarando, come un fuori scena, l’impossibilità di vivere davanti alla realtà drammatica vissuta in prima persona, così come la conosciamo oggi, sulle atrocità commesse allora dai nazisti. Così come Kombe personaggio/attore, si presenterà per chiudere lo spettacolo, dichiarandosi personaggio inventato: il testo si chiude con una riflessione anche sul ruolo degli artisti di ieri e di oggi nella società, “a questo serve un attore: a raccontare” e raccontando la Shoà, Kombe/personaggio inventato/attore di oggi chiude con una ammonizione per il futuro.