di e con Simone Corso
collaborazione artistica, progetto sonoro e luci Adriana Mangano
produzione Diorama Teatro
con il sostegno di Nutrimenti Terrestri

Sinossi
Siamo nel 1926 e un giovane scrittore inglese, studioso di cultura classica, seguendo le orme del Grand Tour alla maniera dei più grandi artisti nord-europei, giunge presso uno dei tanti avamposti che costituiscono la memoria presente della Magna Grecia. Qui si misurerà proveniente dal passato, che ha plasmato in maniera indelebile l’identità di un intero paesino della Sicilia nord-orientale. Di fronte a un tale smarrimento, di fronte all’incertezza che questo mito (tenuto in vita dai cunti che si tramandano di generazione in generazione) profonde nel suo cuore, Edward reagirà provando a illuminare le menti di quegli uomini e di quelle donne, accompagnandole sulla via del vero (e del verificabile) per sottrarli a quella che lui reputa una colpevole ignoranza, causa di una truffa che un furbo prete perpetra nei loro confronti. Ma quanto, questa storia, non appartiene anche a lui? Quanto, dentro quell’alterità, c’è già di simile? Il reale è sempre sinonimo di vero e la verità ha sempre un vestito solo?
Lo scoglio del Mannaro è un racconto che affonda le sue radici dentro il terreno del mito. È una fiamma accesa in un tempo passato, ormai troppo lontano perché questo giovane scrittore ricordi la ragione del suo ardere, e così proverà a toccarla con mano, vorrà accertarsi del suo esistere, della ragione del suo bruciare. Passato, presente e futuro si mischiano in un incontro di culture, mito e reale si legano in un abbraccio in cui è impossibile distinguere l’uno o l’altro, come se l’uno completasse l’altro e viceversa, per non lasciare che il vero perda la meraviglia della sua diversità.

Nota
IL MITO, UNO SPECCHIO PER GUARDARSI DENTRO
Avvicinandoci al mito, abbiamo sempre la sensazione di star trattando una materia fine, delicata, al pari del vetro o del cristallo. Dentro quella forma perfetta e antica rintracciamo, con un solo sguardo, la trama di un sapere viscerale, radicato nel mondo e nell’esperienza che, del mondo, i nostri avi facevano. È propria questa, infatti, la funzione che il mito ricopre, ovvero costruire le forme dell’umanità partendo dagli albori, postulando l’inizio delle cose umane dentro l’imponderabile, dentro il volere di un dio o di uno spirito, o dell’anima del mondo, collocandoci idealmente, come specie, su un gradino più alto rispetto alle altre cose terrene, una maglia di giuntura tra l’empirico e lo spirituale. In pratica, è come se quegli avi, attraverso il mito, si investissero (e ci investissero) dell’eredità del mondo.
Trattare oggi del mito, in quest’epoca ubriaca di individualismo, non può essere solo un mero esercizio di stile, ma il tentativo di recuperare la marca saliente di questa istituzione sacra: rinsaldare la collettività; ovvero un sentire comune nei confronti del mondo, quel senso di appartenenza che ci tiene uniti l’un l’altro (uomo con uomo, erede con avo, cristiano con saraceno), figli di una diversa, ma al contempo identica genitura.
Il 1926, anno in cui il nostro Edward Hutton si trova a confrontarsi col mito del mannaro sullo scoglio, è lontano nel tempo, ma vicinissimo nel senso. Quelli erano, infatti, gli anni in cui il fascismo radicava e germinava. Anni in cui la nuova cultura egemonica propagandava il solo mito di un super-uomo, non erede e custode del mondo, ma padrone, unico giudicatore, solo
artefice del proprio destino. Anni in cui bisognava azzerare ciò che era stato per ripartire, riscrivere una storia che dell’Uomo fosse un tributo, un’epopea che facesse del passato e del futuro un unico grande presente da consumare a discrezione umana. Edward, suo malgrado, forse inconsciamente, si fa portatore di questo nuovo sentire, declinato sulle sue ambizioni e convinzioni. Mira a tirare fuori dall’inganno del mito quel popolo di semplicioni, portandoli sulla via del vero, per ergerli finalmente a padroni del tempo e del mondo. Su quello scoglio, però, al posto di una menzogna, troverà uno specchio dentro cui guardarsi. Quel mito tenuto a un miglio dalla costa serve da cura all’incompletezza dell’uomo, alla sua fallibilità, serve a farci tenere lo sguardo un po’ più alto rispetto all’orizzonte che conosciamo per rivelarci un altro mondo, in mezzo al cielo, bianco, lucente, ignoto, ma abitato dai nostri più intimi e segreti desideri.
Quello che Edward crede sia un viaggio alla scoperta (e alla normalizzazione) dell’altro, si rivelerà essere, invece, un viaggio alla scoperta di un altro sé, nascosto, celato sotto le maschere che le nostre paure ci impongono di indossare.
Come un’ascesa al monte del Purgatorio, la presa dello scoglio ci pone davanti ai nostri piccoli e grandi fallimenti umani per ripulircene e poter guardare con occhi rinnovati a quella potente luce che, se accolta, muove il nostro esserci a un migliore di come lo conosciamo.
Simone Corso