di William Shakespeare
traduzione Alessandro Serpieri
regia Ninni Bruschetta
con (in ordine alfabetico) Salvatore Arena (Lucio), Giovanni Boncoddo (tribuno della plebe), Giampiero Cicciò (Bruto), Antonello Cossia (tribuno della plebe), Giuseppe Giamboi (l’indovino), Antonio Lo Presti (Cinna il poeta), Francesca Mazza (Calpurnia), Giovanni Moschella (Casca), Michela Mocchiutti (soldato), Totò Onnis (Marc’ Antonio), Salvatore Palombi (Ottaviano), Annibale Pavone (Titinio), Maurizio Puglisi (Cassio), Paola Rota (Dardanio), Margherita Smedile (l’Angelo), Marina Sorrenti (Porzia).
scene Mariella Bellantone
costumi Elena Mannini
luci Domenico Maggiotti 
musiche Dino Scuderi 
percussioni Gianluca Scorziello
voce Faisal Taher
regista collaboratore Antonio Caldarella 
aiuto regia Mimmo Cacciola 
assistente alla regia Roberto Zorn Bonaventura 
capo macchinista Nino Zuccaro
aiuto macchinisti Paolo Attardo e Giuseppe Trigila
aiuto costumista Marilisa Bonanno
produzione (1998)

Note di regia 
Sembrerebbe trattarsi di un comune omicidio politico, frutto, come sempre, dello scontro tra poteri dello Stato (o antistato). Faccenda tristemente quotidiana per noi siciliani. Ho sempre pensato a Giulio Cesare come ad un uomo solo e abbandonato nella sua solitudine, dai suoi più “fedeli” compagni. Come certi più sfortunati eroi del nostro secolo, abbandonati dallo stesso Stato che credevano di difendere. Al di là della realtà storica, Cesare rappresenta qui il simbolo di un’autorità incompresa da chi galoppa, invece, verso la cruda realtà del potere. E mi sembra di vedere, come nella realtà odierna l’arroganza di un potere che decide per conto del popolo, che usa il popolo come alibi, che ne sbandiera la sovranità solo fine di manovrarlo a proprio piacimento. Autorità spirituale, potere temporale e popolo si scontrano e si confondono in questo testo come nella storia che conosciamo, e diventano nel fatto teatrale il percorso da seguire, forse l’unico, per mettere in scena l’immenso patrimonio intellettuale e la grande lucidità politica espressa nel Giulio Cesare con quella verità che soltanto le conoscenze metafisiche dello stesso Shakespeare hanno reso possibile. Il piano della realtà e della rappresentazione si fondono in un unico grande movimento, come in un irrealizzabile piano sequenza cinematografico, il fluire degli eventi storici si intreccia con la simbologia che segna il passo della storia, prevedendo, come in un cattivo presagio l’inarrestabile declino dell’uomo.