liberamente ispirato all’Antigone di Sofocle
progetto teatrale di Ninni Bruschetta e Maurizio Tricomi
con Maurizio Puglisi (Creonte), Laura De Domenico, Margherita Smedile, Patrizia Salerno (Antigone), Antonio Caldarella (Corifeo), Giorgio Bongiovanni, Giovanni Moschella (Coro), Annibale Pavone (La guardia), Massimo Piparo (Emone), Salvatore Dolci (Soldato)
TIRESIA: video dei “Giovanotti Mondani Meccanici” (Antonio Glessi e Andrea Zingoni)
scene Maurizio Tricomi
costumi Vita Crupi
luci Domenico Maggiotti 
suono Gigi Spedale
direzione tecnica Gigi Spedale
aiuto regia Claudio Saccà
voce Francesco Calogero e Margherita Smedile
art design Mariella Bellantone
scenotecnica ARTYPE
gadgets elettronici Elettriganzi
foto di scena Matteo Moraci, Michele Trimarchi
assistente Luigi Billé
Ufficio Stampa Teorema
produzione Arte & Spettacoli srl (1987)

“Syrma”: ciò che viene trascurato. Nel greco antico questa parola trova un significato anche in “traccia”. E nei dintorni di Tebe esiste una località chiamata “Syrma Antigones”: Traccia d’Antigone. 
L’indizio è preciso: la traccia è quella lasciata per terra dal corpo di Polinice trascinato faticosamente da Antigone. È questa infatti la colpa, la trasgressione rilevata da Creonte. È questo il dispositivo irreversibile della Tragedia. Un atto esemplare. Un segno definito. Il trascinamento e la sua traccia.
Nella realizzazione di Syrma, Traccia d’Antigone, il video di Nutrimenti Terrestri, l’intuizione è stata proprio quella di fissare in quell’indizio raccolto durante il percorso di ricognizione analitica attraverso il mito di Antigone e la tragedia sofoclea in particolare, il dato cardine di un’opera iconica ed elettronica qual è il video. 
In quella “traccia” c’è il motivo intimo della Tragedia, in quella “traccia” scorrerà il video. Come un flusso di coscienza teatrale alterata dalle combinazioni analogiche che il pensare per immagini comporta. Quella “traccia” è l’inizio iconico, il segno imperante, un’ossessione. Una piega della Storia, una ferita aperta che rivela la carne viva: un’altra storia, vivi giochi di bambini che evocheranno lo scontro tra Creonte ed Antigone. “La tragedia?” domanda, “L’infanzia del Teatro” risponde. 
Quei bambini trasfigurati parlano come vecchi saggi, emettono sentenze, tessono dialettiche di scontro morale ed ideologico, proprio come i bambini protagonisti di alcuni fumetti situazionisti. “L’uomo è figlio della propria infanzia” sostiene Groddeck, è in quella innocente condizione di presagio del proprio avvenire che si creano i fondamenti della memoria di se. Immagini ritagliate da una luce che arriva dall’esterno, sempre, come nella pittura di Caravaggio. 
Carlo Infante 


OCCHI SEMPRE AVIDI DI VEDERE
ANTIGONE E CARAVAGGIO 

L”Antigone” guarda ammirata a Caravaggio.
Nessuna arte visiva è isolata; il passato e il presente ci insegnano che l’occhio può spaziare dovunque gli aggrada, con libertà. Juvarra ha disegnato torte quasi fossero cupole, il Buontalenti ha realizzato fuochi d’artificio, Leonardo ha progettato assedi militari. I pittori grandi non si sono rivolti solo alle tele per inventare; soltanto l’eclettismo scatena il genio. 
Michelangelo Merisi da Caravaggio è artista teatrale per eccellenza: tali sono gli effetti, gli ambienti, le tecniche preparatorie al quadro, gli studi di illuminotecnica. La tradizione romantica ce lo descrive uomo gaudente e libertino, scapigliato e irregolare, rivolto da raptus omicidi e di bettola. Altre fonti invece ci informano della sua fermezza di lavoro, della sua abilità analitica. E questo nulla togliendo alla sua forza rivoluzionaria.  I suoi quadri sono dei caldi apparati artificiali nei quali intervengono specchi, camere ottiche a grandezza naturale, proiettori, luci. “La sua solitudine storica” (C.L. Ragghianti) ha inventato opere nelle quali lo spazio è interno, chiuso, rischiarati da luci artificiali. 
Come su un palcoscenico. 
E in una sorta di teatro di posa “ha trasformato un ambiente nel palazzo del suo protettore, Cardinal del Monte”. Inoltre non era ignaro di trattati cinquecenteschi di illuminotecnica teatrale e del Secondo libro d’Architettura di Sebastiano Serlio: la luce artificiale, primo elemento di scena, è capace di plasmare e variare la realtà visiva, calibrandone l’intensità, il tono, l’energia. 
L’agente luminoso è protagonista. Il buio è rischiarato. Il montaggio delle luci è azione comune a un pittore come a un regista. Caravaggio privilegia sempre spazi interni, come interno è lo spazio del teatro nei nostri ultimi secoli; raramente appaiono esterni i quali sono quasi fondali, scenari e non posseggono una effettiva consistenza fisica. 
Nelle sue tele manca l’assialità, il protagonismo di un unico soggetto, più umani concorrono alla “scena”; il gesto è spesso urlato, straziato, tragico. 
C’è moto e assenza di moto. 
L”Antigone” contemporanea si rivolge anche all’artista antico, nei colori e negli intenti. 
Le luci nel ‘900 di centrale, però, non sono più calde, rosse e di fuoco come quelle del ‘500. Siano “Gli occhi sempre avidi di vedere”. 
Giovanna Giordano


LETTERA A SOFOCLE

Guardando Antigone dietro le lenti dell’infanzia si scorge l’incubo del potere. Silenzio e stasi sono un rifiuto dell’eroismo, una dichiarazione di nostalgia programmatica. 
Antigone è un sorta di cena in famiglia, la coscienza spudorata dell’immobilismo, lo stupore di fronte alla realtà invadente e scortese.
La tragedia si incunea nel “drama” come il dolore di un bambino vittima del proprio desiderio. 
Antigone è il gioco crudele della guerra civile, un conflitto che non ammette vincitori. È la negazione degli ideali. Non è più potere né tirannia, non è Olocausto né rivoluzione. 
L’intelligenza della notte è la continuità assoluta dell’oscurità, l’assenza dell’inizio e della fine, perenne contemporaneità. 
Nelle immagini c’è il gusto del tragico espresso dalla stasi, quasi a volere pigramente evitare la possibilità di modificare la realtà del tempo. 
Il tempo non lascia spazio a se stesso. Non scorre. Si impone. È il meteo dell’impossibile. Non varia. È il padrone del caso e dell’errore. Il tempo è l’unica vera violenza a cui l’uomo è sottoposto senza esserne responsabile. La sua amata difesa è la nostalgia.  E di nostalgia si nutre Antigone, un personaggio rivoltato come un guanto, paladina del rifiuto e della ribellione, vive fino all’ultimo evitando la conoscenza. 
“È facile morire, ben più difficile è vivere” (V. Majakovskij)
Ninni Bruschetta